Ambientamento al nido. Tempi e modalità

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Settembre è il tempo d’ingresso per molti bambini, dal nido alla scuola, sono immersi nella conoscenza di nuovi ambienti, persone, modalità, regole e abitudini.

Al nido d’infanzia si può iniziare anche da molto piccoli. In alcune strutture, per agevolare i genitori che riprendono il lavoro subito dopo il periodo di maternità obbligatoria, la frequenza può cominicare a partire dal 3° mese di vita del bambino. Durante la mia professione mi è capitato di dover accogliere bambini di 3-4 mesi e, per quanto si trattasse di un ingresso soft, dal momento che in quel periodo il genitore conserva, in genere, la possibilità di usufruire di permessi dal lavoro, non ti nego di aver provato un forte dispiacere davanti al pianto di un bambino così piccolo che non vorrebbe altro che ritrovarsi tra l’odore e il calore della sua mamma.

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Come fare un buon inserimento al nido?

Per quanto ce la mettessi tutta a consolare il neonato, ero consapevole che un ingresso tanto precoce al nido trovasse un’unica giustificazione nell’esigenza lavorativa dei genitori piuttosto che nel bisogno del piccolo d’iniziare un’esperienza educativa e di socializzazione fuori dall’ambiente familiare. Questa riflessione è avvalorata da diversi studi e conoscenze in ambito psico-pedagogico.

Ad esempio, lo psicoanalista austriaco Renè Spitz descrisse il manifestarsi di uno stadio particolare nello sviluppo mentale del bambino che definì come “angoscia dell’ottavo mese”. In questo periodo (all’incirca dopo il 6° mese di vita) il bambino diventa sempre più consapevole del distacco dalle figure familiari ed esprime un sentimento di ansia, descritto dallo studioso come paura dell’estraneo.

La credenza che durante questa fase sia, per il bambino, più difficile vivere un’esperienza di distacco, non è del tutto fondata. Proprio il manifestarsi di questo cambiamento nella psiche del bambino suggerisce che soltanto da quel momento in avanti sarebbe opportuno introdurre un’esperienza in un contesto extrafamiliare. La consapevolezza del dispiacere rispetto all’evento del distacco permette al bambino di poter affrontare quel dolore, di riuscire a interiorizzarlo e di dare un significato all’allontanamento temporaneo dalle figure familiari.

Vuol dire anche saper riconoscere nell’educatore una persona di cui potersi fidare e giungere a vivere serenamente questo processo. Un bambino che esprime indifferenza verso ciò che succede, anche se può apparire come “bravo” o “che dà pochi problemi”, non rappresenta mai la situazione migliore. Ovviamente, non è mia intenzione giudicare le scelte di una famiglia e la loro personale valutazione nel decidere quando iniziare l’ambientamento al nido del loro bambino.

Tuttavia, è innegabile il fatto che non sempre la dimensione dell’infanzia sia compresa e accolta in profondità. Per questo, reputo importante suggerire, ai genitori in primis, di spostare l’attenzione su un punto di vista di cui non sempre si tiene conto: quello del bambino. Il mio consiglio è quindi di considerare i due lati della medaglia e, laddove sia possibile, di ritardare l’ingresso al nido almeno fino al compimento del 7-8 mese, se non addirittura al compimento dell’anno.

Come si svolge l’ambientamento al nido?

Per quanto riguarda, invece, l’inizio della frequenza al nido esistono due principali modalità per organizzare l’ambientamento:

L’ambientamento tradizionale

L’ambientamento tradizionale è il modello classico quello che, con alcune varianti operative, in Italia è stato praticato per molti anni e oggi è stato quasi ovunque sostituito dall’ambientamento svedese. L’ambientamento è organizzato nell’arco di due settimane, con un’iniziale frequenza di poche ore al mattino in cui il bambino si ferma con la figura familiare. La permanenza al nido è prolungata in maniera graduale. Durante i primi giorni il bambino/a resta al nido solo nell’orario in cui generalmente è prevista l’attività ludica (metà mattina).

Nei giorni successivi s’inseriscono, uno alla volta, i momenti dedicati alle routine fino ad arrivare alla giornata di frequenza completa. Il distacco dalla mamma avviene dopo qualche giorno, inizialmente per pochi minuti e poi per un tempo più prolungato. Al termine delle due settimane si valuta l’inserimento di ogni singolo bambino e, se necessario, si prevede un periodo di consolidamento con una riduzione dell’orario di frequenza in modo da non prolungare la lontananza dalla figura familiare finché il bambino non ha raggiunto uno stato di benessere. 

L’ambientamento partecipato

L’ambientamento partecipato (modello svedese) è detto anche ambientamento dei 3 giorni ed è ormai adottato da un crescente numero di strutture. Si tratta di organizzare l’ambientamento in modo che la figura familiare resti con il bambino nel corso dell’intera giornata educativa per i primi tre giorni di frequenza. L’educatrice osserva la loro modalità di relazione limitando il suo intervento allo stretto necessario.

Supporta l’adulto nel familiarizzare con l’ambiente in modo che possa sentirsi a suo agio mentre si prende cura del bambino. L’educatrice entra in relazione con il genitore durante un arco di tempo giornaliero più lungo. Questo agevola il bambino a prendere confidenza, oltre che con gli educatori e i bambini, anche con lo spazio e i momenti della giornata, accompagnato dalla figura familiare.

Quanto dura l’ambientamento al nido?

Certo, sarebbe bello che il periodo dell’ambientamento trascorresse in maniera rapida e indolore! La pressione a dover rientrare quanto prima sul posto di lavoro, il prolungarsi della presenza genitoriale al nido o la richiesta da parte dell’educatore di ritardare la frequenza con orario completo fatta immediatamente al termine dei giorni previsti per l’ambientamento, possono non essere condizioni facili da accettare. Le circostanze lavorative sono lecite e comprensibili seppure abbiano in qualche modo messo in secondo piano i bisogni emotivi dei bambini, sempre più considerati con superficialità e leggerezza.

Si sente dire spesso la frase: “Ma sì, tanto si abitua!”. Non si dovrebbe mai auspicare al fatto che un bambino riesca, prima o dopo, ad abituarsi o ad adattarsi. Piuttosto, dovremmo fare in modo che il bambino arrivi a ritrovare il suo senso di benessere in ciò che gli chiediamo di fare. Gli stiamo chiedendo di salutare e di allontanarsi per qualche ora dalle persone che ama più di ogni altra cosa al mondo. Non è cosa da poco.

Accompagnarlo gradualmente, rispettare i suoi tempi di accettazione e trasmettergli (in modo sinergico con il personale educativo) la fiducia che in quel posto starà bene, è il minimo che possiamo fare per lui o lei. Per queste ragioni, ti consiglio di non considerare il termine dell’ambientamento in maniera rigida e inflessibile. Valuta bene i permessi a lavoro, considerando che potresti aver bisogno di prolungare l’assenza o di doverti organizzare con nonni, tate e familiari per fare in modo che ci sia qualcuno disposto ad accompagnare e prendere il bambino anche fuori dell’orario di frequenza concordata.

Se, ad esempio, il bambino si rifiuta di mangiare (capita spesso quando non è ancora ambientato) è bene portarlo a casa, evitando di lasciarlo al nido per il momento della nanna. Ogni bambino è in grado di raggiungere il completo ambientamento al nido, tuttavia, è fondamentale rispettare i suoi tempi.

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Le parole per l’ambientamento?

Concludo con questo pezzo dedicato all’ambientamento tratto dal libro Entrare al nido a piccoli passi. Strategie per l’ambientamento, AA.VV., ed. Junior.

«La definizione di ambientamento sottende l’importanza accreditata a un rituale che concede tempo alla triade bambino-mamma-educatrice di strutturare un contesto cognitivo ed emotivo in grado di favorire la gradualità delle fasi di avvicinamento, accoglienza, separazione – ricongiungimento e infine appartenenza.»

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